ARTE PER PENSARE: Volti

ARTE PER PENSARE: Volti

Il volto dell’artista. Prendiamo un inizio, l’Ottocento del Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, e una fine, il Novecento di Pier Paolo Pasolini: avventuriamoci lungo la strada che unisce questi due secoli.

L’opera di Friedrich, vera icona dei giovani liceali almeno a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, mostra il giovane artista che, inerpicatosi in solitaria sulle Alpi bavaresi, si arresta di fronte alla natura sconfinata e impervia. Grande è la suggestione prodotta da un contesto così marcatamente anti-classico, in polemica con la scuola dei David e dei Canova che predicava invece di frequentare biblioteche e musei al fine di imitare la bellezza degli Antichi.
Freidrich spiazza tutti: vestiti i panni dell’intellettuale moderno, urbano, raffinato, fugge in alto e ci volge le spalle. Noi non ne vediamo il volto; possiamo solo immaginarcelo alla luce dei sentimenti e delle emozioni provate. Non è che, magari, sta ridendo di noi, che lo abbiamo seguito ignari e inconsapevoli, come un docile gregge segue il suo pastore?
Con Delacroix tutto si svela. L’artista ora si mostra, con piglio e determinazione. Gli occhi puntati su di noi assumono un’aria di sfida. I capelli scomposti identificano il giovane con l’intellettuale romantico parigino, insofferente a regole e mode. Le labbra sono serrate, ma se potessero lascerebbero prorompere un fiume in piena di parole, e certo non tutte piacevoli nei confronti del nostro bel vivere borghese.
Se Delacroix mantiene comunque distanze di sicurezza con lo spettatore, Courbet le abbandona con inaudita violenza. Ci lancia addosso come fossero giavellotti i suoi occhi dilatati, si tiene i capelli perché il volto tutto si mostri, e si scaglia verso di noi, fuori dello spazio fisico della tela. Con il dinamismo che sarà proprio dei Futuristi, cerca la vita al di là della finzione e delle regole dell’arte, oltre la cornice. Lo spazio dell’arte sta stretto, al giovane Courbet; è la realtà fisica, quella che lo attrae e che cerca.
Nasce la fotografia e lo studio di Nadar diventerà il ritrovo più frequentato dagli intellettuali parigini. Qui l’artista è ritratto in modo intimo, come nel dipinto del suo amico Delacroix. Lo sguardo è profondo e intenso, capace di instaurare un colloquio pacato, antiretorico con lo spettatore. Le luci sfavillanti della ville lumiere non entrano nel suo spazio privato: è una dote peculiare degli artisti, questa di dominare, e non subire, le mode.
Gli occhi di Van Gogh ci appaiono dal fondo di un abisso, investiti da un turbine di sensazioni, di situazioni, di vicende che prendono il sopravvento e annientano la volontà dell’artista. Egli, capace di vedere il mondo come nessun altro, un mondo frantumato, in preda a colori assoluti e selvaggi, acuti, lancinanti, esce esausto dalla seduta di posa e dalla vita: come un animale braccato.
Con Francis Bacon il secolo breve volge ormai al termine. E lo fa con le macerie di un uomo in putrefazione, corrotto, segnato dalla morte fisica e estetica. I colori lividi ricoprono superfici sfatte; il peso dell’esistenza lascia il posto alla rassegnazione. Il secolo breve volge al termine, senza un domani.
Il volto di Pasolini si presta ad una lezione di storia dell’arte. Le tante foto che lo immortalano ne esaltano i tratti aspri, arcaici al limite di un mondo primordiale. Le forme, come fossero scolpite da una sgorbia, mostrano tutta la durezza di quel mondo contadino friulano dal quale discendeva la madre. Il ‘900 dell’espressionismo, del neorealismo, dell’uomo nuovo delle periferie, c’è tutto, ma c’è anche qualcosa in più. C’è lo sguardo intenso; ci sono gli occhi severi, malinconici, capaci di vedere come hanno visto i profeti, oltre lo spazio e il tempo. E quello che vedono, se sappiamo vederlo anche noi, ci salverà: che sia l’umana compassione, la pietas verso i nostri simili?

«L’occhio guarda, per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza. La visione può essere simmetrica lineare o parallela in perfetto affiancamento con l’orizzonte. Ma può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perché la bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli non c’è dubbio […]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio». Patrizio Barbaro, in memoria di P.P.P. 1999

2 Comments
  • Massimo Seriacopi
    Posted at 15:35h, 02 Aprile Rispondi

    Cara Lisa, ottima scelta, l’immagine è eccezionale ed ispira meditazione e pensieri profondi, così come i testi e i collegamenti che hai proposto. Un caro saluto, Massimo

  • Luciana Manni
    Posted at 10:22h, 07 Aprile Rispondi

    La selezione che presenti mi coinvolge. Leggerò ogni tuo nuovo studio con molto piacere. Sono proprio contenta di ritrovarti nel web: è un modo per non morire, per disseppellirmi dal tedio della vita oziosa, che in realtà è piena di tante piccole fatiche quotidiane ma che ha bisogno di vagare nella bellezza che tu racconti

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